Ciao, Sic

 

Domenica, 23 ottobre 2011: dalla radio si capisce che è successo qualcosa di grave. Hanno interrotto la gara di MotoGp a Sepang.

Notizie convulse relative ai primi soccorsi, a voli di eliambulanze, alla corsa di un padre a bordo pista, per essere ancora una volta presente accanto al figlio, ora disteso sull’asfalto.

Il cronista, con voce rotta dall’emozione, ripete più volte che il casco rotolato via “non è un buon segno”.

Poco dopo, la notizia: Marco Simoncelli è morto.

Ventiquattro anni, tanti ricci, mille sorrisi. Un ragazzo pieno di vita, come tutti i ragazzi, sorridente come pochi.

“Che brutto mestiere”, sospirano i non addetti ai lavori. O non è un mestiere?

La corsa è un talento, una passione, è adrenalina che scorre nelle vene e diventa scopo di vita. Marco, detto Sic, diceva che cinque minuti vissuti così valgono un’intera vita da uomo qualunque.

Ma la corsa è anche un po’ gioco d’azzardo. Ogni volta che scendi in pista rischi grosso.

Puoi mettere in gioco la tua massima prudenza, ma solo la tua; puoi avvalerti della tecnologia più avanzata in fatto di sicurezza, ma stai pur sempre volando sopra i 300 km all’ora – e non raccontiamo quella banalità, che “anche quando vai a piedi puoi farti male, se è il tuo momento”.

I membri della Direzione di Gara, insieme al Dirigente Medico, in una conferenza stampa congiunta hanno soltanto potuto esprimere il cordoglio e la promessa di investigare, in particolare, il giallo del casco slacciato. D’altronde i controlli pre-gara esercitati dalla Commissione di Sicurezza (istituita dalla FIM nel 2003, a seguito del tragico incidente di Kato su Honda a Suzuka), non lasciavano presagire nulla di così tremendo.

Le domande, di fronte a una vita spezzata, si rincorrono.

Ma ci sarà tempo per i se ed i perché.

Sera del 27 ottobre: Marco è a Coriano, provincia di Rimini – la sua città, e migliaia di giovani e meno giovani lo abbracciano per l’ultima volta.

Lui non può vederli, ma in loro, in noi, resterà il ricordo di un ragazzo sorridente, che ha smesso di vivere, di correre, di ridere.

Così è. Sic est. “Sic” non c’è più.

Pubblicato su Spaziomotori.it

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