Aerei e CO2

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C’è turbolenza, nell’aria, riguardo all’ingresso dell’aviazione nel mercato europeo della CO2. Anche le compagnie aeree, infatti, da gennaio sono entrate nel sistema comunitario di scambio delle quote di emissione (EU-ETS: European Union Emission Trading Scheme), una sorta di compravendita dei diritti di emissione di gas a effetto serra.

Il sistema, volto a ridurre l’anidride carbonica prodotta dal traffico aereo, è ostacolato dall’Organizzazione Internazionale dell’Aviazione Civile (ICAO) ma è sostenuto dall’Unione Europea.

In parole semplici: gli impianti che esercitano determinate attività nel settore dell’energia e dell’industria, e adesso anche nel settore aviazione, devono avere un’apposita autorizzazione per rilasciare gas a effetto serra in relazione a tali esercizi. L’attività “A”, accanto alle quote gratuite avute in concessione, ne paga un’altra percentuale, ottenendo dei “crediti” per poter emettere un certo quantitativo di CO2 in un anno; ma se “A” riesce a ridurre le emissioni, attraverso le varie strategie oggi praticabili e in continua evoluzione, i crediti non utilizzati potranno essere venduti all’azienda “B” che ha invece ecceduto nelle emissioni. In tal modo, il comportamento di “A”, virtuoso in termini di attenzione all’ambiente, diventa redditizio per l’azienda stessa.

Attualmente sono inseriti nel regime di scambio di quote CO2 più di diecimila impianti (appartenenti ai ventisette Stati membri dell’UE, oltre a Norvegia, Islanda e Liechtenstein). Impianti responsabili, nel loro insieme, di circa la metà delle emissioni di CO2 e del 40% delle emissioni totali di gas ad effetto serra dell’Unione Europea. Il fine è quello di adempiere gli obblighi previsti dal Protocollo di Kyoto – recentemente prorogato di cinque anni – orientato a ridurre le emissioni di gas serra globali.

La direttiva in vigore da gennaio costringe tutte le compagnie aeree in entrata e uscita sul territorio dell’Unione ad acquistare l’equivalente del 15% delle loro emissioni di CO2 (media su periodo 2004-2006). Previsione di costo per il 2012: 380 milioni di euro. Alitalia, tramite il suo amministratore delegato, Rocco Sabelli, paventa “un impatto pesante e insopportabile” per l’anno appena iniziato. Per questo non possono essere soltanto le compagnie aeree europee a sopportare dei costi supplementari per la riduzione delle emissioni, altrimenti si rischia di ridurre la loro competitività sul mercato, dal momento che sono costrette ad aumentare i costi delle tratte. Il sistema di quote, quindi, prevede il pagamento delle emissioni anche per le compagnie aeree extraeuropee che inquinano i cieli d’Europa.

Il Dipartimento di Stato americano per i trasporti si è subito opposto e sta facendo pressioni perché il sistema non si applichi alle società extra-UE. Anche l’Associazione americana per il Trasporto aereo (ATA) e il ministero statunitense per l’energia e il clima hanno intentato causa contro l’estensione della direttiva alle compagnie aeree non europee.  Secondo le conclusioni della Corte di giustizia europea, però, far pagare anche alle compagnie extraeuropee le quote di emissioni di CO2 non viola il diritto internazionale né la libertà di sorvolo dell’alto mare.

Il commissario europeo al Clima, Connie Hedegaard,  ha ribadito l’impegno dell’UE di lavorare con l’ICAO per concordare su una soluzione condivisa, ma non ha intenzione di fare passi indietro. «Se altri paesi vogliono ridurre le emissioni dell’aviazione in maniera diversa – ha precisato – va bene: la nostra legislazione afferma che se un paese al di fuori dell’UE prende “misure equivalenti” per tagliarle, tutti i voli in arrivo da quel paese possono essere esentati dal sistema UE». Basta che tali paesi mostrino i loro piani per ridurre la CO2 prodotta dal traffico aereo.

E’ un dovere di tutti fare dei gesti concreti per affrontare le situazioni sempre più complesse che la salute del nostro pianeta ci pone davanti. L’industria dell’aviazione sta affrontando una sfida difficile ma necessaria per usare meno energia, facendo affidamento su fonti rinnovabili per produrre carburanti ecocompatibili, puntando su progettazione e produzione di aeromobili attraverso tecnologie a basso impatto ambientale, studiando programmi di efficienza volo. Il sistema dell’Emission-Trading Scheme applicato all’aviazione è un ulteriore passo avanti verso la riduzione delle emissioni globali. A ben vedere, inoltre, la direttiva UE può fare da volano, nel settore aeronautico, a quella green economy che sola sembra essere immune dalla crisi economica mondiale.

Potremmo essere sulla strada giusta: sì al progresso, ma tenendo sempre a mente il principio sancito dalla direttiva del 2004 del Parlamento Europeo che delinea un quadro di responsabilità in materia di prevenzione e riparazione dei danni ambientali:

“CHI INQUINA PAGA”.

Pubblicato (editato) su “Per le Strade D’Europa” di Febbraio 2012 – Mensile di Uiltrasporti

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