Corso di scrittura. Lezione n° 4: L’accento

Illustrazione di una “e” accentata (copyright giannirodari.it)

L’accento.

In ogni parola c’è una sillaba che è pronunciata con maggiore intensità delle altre: è la sillaba che porta l’accento (accento tonico), anche se questo non viene materialmente scritto. Le altre sillabe sono pronunciate con minore forza e sono dette àtone.

In italiano, nelle parole costituite da più sillabe, l’accento tonico può cadere:

–         Sull’ultima sillaba (parole tronche): però, caffè, andò ecc.

–          Sulla penultima sillaba (parole piane): can-zó-ne, mat-tì-na, fà-ro ecc.

–         Sulla terzultima sillaba(parole sdrucciole): cò-mi-co, cò-sto-la, pén-to-la ecc.

–          Sulla quartultima sillaba (parole bisdrucciole): mià-go-la-no, pòr-ta-me-lo, gì-ra-glie-lo ecc.

–          Molto raramente sulla quintultima (parole trisdrucciole): òr-di-na-me-lo, rè-ci-ta-me-la ecc.

Se la parola è monosillaba, l’accento cade ovviamente su questa, che sia scritto, o meno: più, re, là, su.

Come sapere se scriverlo o meno?

Premesso che è obbligatorio segnare l’accento sulle parole tronche che finiscono per vocale, allo scopo di evitare, ad esempio, che una parola come città venga letta cìtta, l’accento va anche:

–         Sui monosillabi terminanti in dittongo:  più, già, può, ciò ecc.

«Su qui e qua l’accento non va», invece, perché non si potrebbe comunque leggere qùi o qùa (in quanto tale u non è una vera vocale ma “fa parte” della q, che da sola non viene mai scritta, in italiano).

–          Sui monosillabi che, solo grazie all’accento, si distinguono da altri di uguale grafia ma di significato diverso:

 

(il bimbo dà la mano alla sorella) da (vengo da Roma)
è (la sorella è contenta) e (studio arte e musica)
ché (eliminazione della sillaba iniziale di perché: ché la diritta via era smarrita) che (sono materie che amo)
(giorno: lavoro notte e dì) di (fonte di gioia)
(ci vediamo là) la (la vita è bella)
(lì c’è un fiume) li (li vedo arrivare)
(senza arte né parte) ne (ne vorrei ancora)
(bevo tè verde) te (penso a te)
(sì, lo penso anch’io – ho fatto sì che venisse) si (eppur si muove)
(si è fatto da sé) se (se vuoi – se n’è andato)

 

Un cenno particolare va a quest’ultimo monosillabo: se.

Quando ha valore di pronome personale (“chi fa da , fa per tre”), va sempre accentato, ma – per ragioni di consuetudine – è diventata accettabile anche la forma “se stesso” e “se medesimo”, senza accento. “A sé stante”, invece, vuole sempre l’accento.

A proposito di “chi fa da sé, fa per tre”: i numeri che finiscono per tre vanno accentati (ventitré, centotré, milletré). Viceversa, come abbiamo detto, senza accento verrebbero letti, “per default”, con l’accento piano (es.: millétre). Lo stesso dicasi per i composti di re (viceré) e di blu (rossoblù).

–          L’accento si può segnare, ma non è un obbligo, per disambiguare parole che differiscono solo per la posizione dell’accento, come ad esempio:

àncora – ancóra

princìpi – prìncipi

capitàno – càpitano

sùbito – subìto.

Ma perché non si accenta la terza persona singolare del verbo fare (egli fa), che può confondersi con l’avverbio di tempo “fa” (tanto tempo fa)? Perché quest’ultimo, deriva, anzi, è, la terza persona del verbo fare (fa tanto tempo che…).

Attenzione, però. Come per i composti di parola monosillaba originaria (vedi sopra: tre, re, blu), lo stesso vale per i composti con fa: strafà. Compare quell’apostrofo inatteso, come avviene anche in frasi come: “Ti do un bacio; anzi, te lo ri”.

_________________________________________________________________________

Lo so, lo so: era facile. Stavolta, un gioco da bambini. Non offenderti, e leggi questa poesia per bambini, appunto.

Sì, perché a volte, per distrazione, cadiamo in strafalcioni degni del vostro nipotino di sei anni, soprattutto con l’avvento di sms, twitter e social media vari, che tendono a farci andare tutti un po’ di fretta.

Non ti è mai capitato, almeno una volta nella vita, di scrivere qualcosa del tipo: “Mia sorella stà bene“?  “Sta”, con l’accento.  Mmmh. Nega, se puoi. “Sta” NON vuole l’accento: non potrebbe comunque leggersi diversamente.

L’errore proviene da un’altra parolina, a quella “simile”: sta’.

Il verbo è lo stesso (stare), ma il primo è il presente indicativo della terza persona singolare (lui/lei sta); il secondo è un troncamento di “stai“, seconda persona singolare, per rendere il verbo imperativo: “Sta’ fermo!“. Si tratta, quindi, non di un accento, bensì di un apostrofo.

E dell’apostrofo parleremo nella prossima lezione. … Sta’ attento!

Intanto, puoi scaricare la versione stampabile della Lezione di scrittura n° 4 … e a presto!

Buona scrittura e tanta gioia a tutti,

Gioia

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Grazie!

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3 commenti Aggiungi il tuo

  1. fortuna ha detto:

    E da 5 stelle senza dubbio wow!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

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  2. Gioia Magliozzi ha detto:

    L’ha ribloggato su nomenOmen.

    "Mi piace"

Commenti

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