La differenza fra coaching e terapia

Qual è la differenza tra coaching e terapia?

Esistono numerose distinzioni importanti:

  • la prima è che la terapia si concentra sul passato per spiegare il presente, mentre il coaching si focalizza sul presente guardando al futuro;
  • la seconda è che la terapia è rivolta alle persone che hanno subito abusi o traumi, che hanno vissuto relazioni distruttive – spesso durante l’infanzia – e tali esperienze impediscono loro di condurre un’esistenza ‘sana’: potrebbero soffrire di depressione o di disturbi mentali che non consentono di affrontare con serenità ed efficacia la vita di tutti i giorni. Il coaching, invece, lavora con persone fondamentalmente in salute, che stanno cercando di risolvere difficoltà contingenti, di fare una scelta, di chiarire e raggiungere nuovi obiettivi o di migliorare le loro performance;
  • la terapia è molto più focalizzata sulla guarigione, e risponde alla domanda “perché?” – perché sei o ti comporti in un certo modo? In che modo questo dipende dal tuo vissuto? Nel coaching, invece, è focalizzata sull’azione, e risponde alla domanda “cosa vuoi veramente e sei disposto a fare per ottenerlo?”;
  • in terapia tende a esserci più guida da parte del terapeuta, mentre nel coaching vieni guidato, sì, ma a trovare tu stesso le soluzioni più adatte per te. Tu sei il solo responsabile delle tue scelte e di seguire, passo dopo passo, il piano d’azione deciso.
  • infine, la durata della terapia può essere di anni, mentre un percorso di coaching è molto più breve, potendo arrivare mediamente a 6/8 mesi, in base alla cadenza delle sessioni.

se desideri creare un cambiamento nella tua vita e sei in buona salute, probabilmente sceglierai il coaching.

Durante la prima sessione di coaching, tecnicamente chiamata intake, il coach presenta al potenziale coachee (cliente) il tipo di aiuto, di sostegno, il servizio cioè che può offrirgli per accompagnarlo nel passare dalla situazione attuale a quella desiderata, informandolo sulle finalità del coaching e sulle condizioni (economiche e non solo), che regoleranno il rapporto. È il momento in cui, attraverso la raccolta di informazioni, il coach è in grado di comprendere se la situazione presentata rientri effettivamente nell’ambito del coaching o se non sia piuttosto il caso di indirizzare il coachee verso una terapia.

Ovviamente, la linea di confine è sfumata e sta al coach decidere se il suo intervento possa essere risolutivo o meno, in quel caso specifico.

Di recente ho ricevuto una richiesta di coaching per un problema talmente delicato, a mio parere al limite fra sanità mentale e patologia, da aver ritenuto di dover rispondere un… sano NO.

NO per il mio benessere, NO perché come donna non sarei stata neutra ma avrei avuto ‘filtri’ giudicanti, NO perché non si allineava con i miei valori, NO perché la mia visione del coaching non è di curare ma di prendersi cura.

Non escludo che altri avrebbero forse risposto diversamente e non me ne faccio un problema.

Perché se è vero che la formazione è fondamentale per fare bene questo lavoro e che l’allenamento ‘sul campo’ è decisivo, è pur vero che i coach sono prima di tutto persone con il loro modo di essere unico, con il proprio bagaglio di vita vissuta, con la personale interpretazione del mondo.

Poter dire di NO, quindi, significa che tutti gli altri SÌ saranno pieni, in armonia con i propri valori e, in definitiva, più efficaci per il coachee e soddisfacenti per il coach stesso.

Tanta gioia a Te,

Gioia

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